X

Coyote vs Acme: il tempo passa, i Looney Tunes restano. La recensione del film

Optimized by JPEGmini 3.18.32.253404998-YEV 0x23cfd98a

C’erano una volta i cartoni animati. No, non quelli per bambini in cui tutto si risolve con il potere dell’amicizia, ma quelli cattivissimi che facevano da antipasto ai film per adulti, in cui i personaggi – il più delle volte dei funny animal che esacerbavano le caratteristiche degli animali delle favole – ricevevano botte in testa, perdevano gli arti, finivano a pezzettini, mettevano per sbaglio il piede su una mina e chi più ne ha più ne metta.

Il caso dell’animazione slapstick è forse una delle prove più lampanti di quanto e come sia cambiato il gusto degli spettatori nel tempo. All’epoca, bastava un canovaccio semplicissimo (il gatto che vuole acchiappare il topo, l’orso che vuole rubare il cestino da picnic…) per portare avanti una serie per qualche decennio. Gli episodi riproponevano sempre le stesse situazioni e gli stessi conflitti, ma proprio l’essenzialità e la ripetitività della “trama” consentivano agli animatori di sbizzarrirsi con soluzioni visive virtuose, con i tempi comici, la creatività delle gag e l’estremizzazione della caricatura. Poco e nulla è rimasto nel cinema d’animazione odierno, che da una parte si è avvicinato sempre di più allo storytelling del live action, dall’altra si è dovuto adeguare all’oggettiva evoluzione del cervello dello spettatore, abituato a trame sempre più complesse e alla fruizione in prospettiva transmediale. Il risultato sono film e serie Tv che spesso e volentieri hanno rinunciato alla dimensione del “cartoon” puro per evolversi in ottica plot-centrica. Qualcosa sopravvive soprattutto in Europa, pensiamo a Zig e Sharko di Xilam Animation o alla stop motion di Aardman, ma nulla di paragonabile ai tempi d’oro di Topolino, Bugs Bunny o Tom e Jerry.

Coyote Vs Acme si inserisce in questo contesto, ed è importante ricordarlo, perché a monte di tutta la questione del film cancellato e destinato a scomparire c’è una forma d’arte, l’animazione 2D, che dai radar è scomparsa davvero e che nessuno ai piani alti ha lottato per salvaguardare. Agli appassionati non resta quindi che stringere i denti e fare buon viso a cattivo gioco: il film che agli occhi del grande pubblico potrebbe segnare la rinascita dei Looney Tunes è l’ennesimo ibrido tra live action e 3D/cel-shading; qualcosa che pensavamo di esserci lasciati alle spalle anni fa, soprattutto dopo aver visto cosa può fare davvero Warner Bros. Animation con il meraviglioso The Day The Earth Blew Up, con protagonisti Porky Pig e Daffy Duck. Probabilmente si è trattato di una scelta obbligata per ragioni di budget, del resto si percepiscono la cura e l’attenzione per la creazione di modelli 3D più espressivi possibile. Ma c’è poco da fare: i Looney Tunes animati al computer non sono i Looney Tunes animati in 2D, così come un’esplosione fotorealistica non farà mai ridere quanto il “boom” di una bomba disegnato con carta e matita. Fa eccezione giusto il meraviglioso Bugs Bunny (spoiler: è animato a mano).

Per fortuna, il film compensa con arguzia i limiti del comparto tecnico. La sceneggiatura funziona, i tempi comici sono azzeccati, le gag sono creative e rispettose della natura dei personaggi, l’umorismo è brillante e sarcastico al punto giusto e il cast umano dimostra autoironia e voglia di mettersi in gioco, piegandosi perfettamente alle regole strampalate dell’universo dei cartoon. Il risultato è un’opera che si colloca con grande naturalezza a metà tra l’ibrido di altri tempi, un po’ alla Roger Rabbit, e il racconto in grado di rispondere alle esigenze del pubblico moderno, che giustamente non si accontenta più di vedere il povero Wile E. Coyote bastonato e sbeffeggiato dalla vita, ma pretende una conclusione positiva che celebri in qualche modo il suo riscatto. Si parla perciò di capitalismo, di consumismo, del potere del singolo contro le multinazionali, del fallimento, dell’importanza di non arrendersi mai, in una maniera tale che a un certo punto viene quasi da chiedersi se Warner Bros. non l’abbia fatto apposta, di cancellare questo film le cui vicissitudini distributive hanno finito per aderire così profondamente al percorso del protagonista e al messaggio generale. Sul finale, poi, il film imbrocca una riflessione più sottile e quasi “meta”, facendo pronunciare a Foghorn Leghorn un discorso sull’indistruttibilità del personaggio cartoon, che viene colpito da un martello e si rialza, finisce sotto un treno e torna più pimpante di prima, precipita da un canyon e nella scena seguente è di nuovo pronto a ricominciare. E allora il Coyote diventa anche un po’ il simbolo di quello che abbiamo perduto ma che in fondo è rimasto sempre lì nascosto, pronto a rispuntare fuori quando i tempi saranno propizi. Come a dire: l’animazione vive, l’animazione resiste, hai visto?, dopo tanti anni, ti faccio ancora ridere come la prima volta.

Irene Rosignoli: