Che differenza c’è tra Walt Disney Animation e Pixar Animation? Trovare una risposta a questa domanda è centrale per la definizione dell’identità di entrambe, ma è diventato particolarmente complicato da quando nel 2006 John Lasseter è stato nominato chief creative officer dei due studi, iniziando di fatto un processo di uniformazione che va avanti ancora oggi. E se sul piano dell’estetica la differenza è ben chiara, con la Pixar che gioca con i volumi, le geometrie e con uno stile fotorealistico, mentre la Disney è impegnata a ricreare il feeling dell’animazione tradizionale, ben più complesso è capire cosa li contraddistingue a livello contenutistico. In parole povere: se la Pixar può fare un film con protagonista una principessa come Ribelle – The Brave, qual è sostanzialmente la differenza con i loro cugini Disney?
Con Coco di Lee Unkrich il problema si ripresenta, al punto che molti lo hanno definito il film più “disneyano” tra quelli della casa di Luxo. Effettivamente, non solo si tratta del classico viaggio di formazione dell’eroe pronto ad andare contro il volere della sua famiglia pur di realizzare il suo più grande sogno (leitmotiv del Rinascimento Disney, che da La Sirenetta ci collega a Oceania), ma soprattutto è un’opera musicale, in cui le canzoni non sono fuori campo ma cantate dai personaggi stessi, e servono quindi a comprendere i loro pensieri e i loro desideri.

Coco però riprende anche la migliore tradizione Pixar, quella che in fondo contraddistingue tutti i più grandi capolavori dello studio, basata sulla creazione di mondi paralleli con una loro coerenza interna, mondi che in qualche modo entrano in relazione con il reale finendo per influenzarlo. In questo sta forse l’essere genuinamente Pixar di Coco, nel catturare un’esperienza della vita umana (il rapporto con la morte, ma anche l’importanza della memoria) e nel costruirci intorno una mitologia, un universo alternativo plausibile, retto da leggi e gerarchie che pescano sì dalla cultura messicana, ma anche dalle stesse menti geniali che due anni fa ci hanno mostrato il cervello umano come una grande fabbrica in Inside Out.
Proprio Inside Out può essere il metro di paragone con cui confrontare Coco, sia perché si tratta di film che hanno tematiche simili (“cosa succede quando si viene dimenticati?” è una domanda comune a entrambe le pellicole), sia perché la metodologia dei due registi Docter e Unkrich rivela quelle che attualmente sono forse le due anime più interessanti del cinema Pixar. Pur avendo realizzato un film senza dubbio toccante dal punto di vista emotivo, Docter è prima di tutto un animatore interessato a esplorare i limiti del medium e capace di fermare letteralmente la narrazione per proporre una sequenza fine a sé stessa come quella in cui i protagonisti si ritrovano nel Pensiero Astratto (visivamente forse una delle scene più interessanti del cinema d’animazione recente). In Coco, invece, non c’è interesse per la sperimentazione o per il gusto del movimento in sé: come già in Toy Story 3, l’attenzione di Unkrich è per le emozioni, per il cuore. L’animazione, la tecnica e lo sfoggio artistico sono quindi totalmente al servizio della storia, la quale propone un interessante twist sul classico tema dell’adolescente che deve conquistare la benedizione dei suoi avi per poter realizzare il suo sogno. Miguel in fondo non vacillerà mai nel suo proposito di infrangere le regole di famiglia e scegliere da solo il suo destino; piuttosto, dovrà prima capire perché desidera davvero diventare un musicista e come le relazioni umane, in questo caso quelle familiari, siano in realtà la linfa che nutre l’arte, qualcosa da cui non si può prescindere.
È vero che Coco non ha la tipica originalità Pixar, ma forse è anche arrivato il momento di sganciarsi da questo concetto che tutto sommato non significa poi nulla. L’originalità Pixar non esiste, e se esiste non è certo ciò che ha reso lo studio di Catmull e Lasseter un grande studio: la loro intuizione, vent’anni fa, fu piuttosto quella di raccogliere nel momento giusto la tradizione Disney parallela a quella del grande musical fiabesco. In questo senso, Coco è uno dei film che maggiormente hanno saputo amalgamare questa eredità con il worldbuilding tipicamente pixariano, con un’interessante riflessione sul reale e in ultimo con quell’attenzione per le piccole cose quotidiane che da Toy Story in poi hanno fatto la fortuna dello studio di Emeryville.

Film
Dal 25 ottobre sarà nelle sale italiane Thor: Ragnarok, il terzo capitolo della trilogia dedicata al Dio del Tuono dei Marvel Studios.
Di seguito la nostra recensione dedicata al film prodotto dalla Casa delle Idee.

Dove eravamo rimasti?
Thor: Ragnarok è un film che rispetto alle precedenti opere dei Marvel Studios non perde tempo e fin dal proprio inizio, ben prima di farci capire quale sarà la storia che vorrà raccontarci, ci mostra in successione una serie di scene dal montaggio serrato che rispondono a tutte le domande lasciate insolute o a una serie di eventi visti precedentemente in altri film della Casa delle Idee, facendoci ridere più di una volta.
E se questo è un ottimo proposito che il regista Taika Waititi si è preoccupato di portare avanti nelle prime pagine di copione, tra una battuta e l’altra, con il proseguire della storia quelli che sembravano punti di forza diventano ostacoli.
Questo, chiaramente, accade perché stiamo parlando di un film dedicato a un Dio del Tuono e non a un gruppo di Anti-Eroi senza alcuna responsabilità.

Una volta giunti all’inizio della vera storia di Thor: Ragnarok ci sarà chiaro che questo stile narrativo sarà mantenuto fino alla fine, salutando il connubio tra l’empatia e le composizioni scenografiche ispirati a Shakespeare che Kenneth Branagh aveva portato avanti nel primo film (e che in parte abbiamo visto anche nel secondo, nonostante il cambio di regia e una dose maggiore di ironia). Ci dovremo così di fronte a qualcosa di già mostrato in un Guardiani della Galassia (e non solo per quanto riguarda i testi).
Ma se nel film di James Gunn queste scelte caratterizzavano la pellicola garantendole originalità e ben due seguiti, qui il risultato è ben diverso.
Il cambio di stile, non solo in termini di toni bensì visivo, è stato deleterio. Non esistono più contrasti tra colori chiari e scuri, solo un’eccessiva saturazione di rossi, verdi e viola, negli ambienti quanto negli abiti e nel trucco, distruggendo ciò che era stato creato precedentemente da ben due film.
Stessa sorte avrà la colonna sonora, questa volta di Mark Mothersbaugh, che nonostante il tentativo di adattarsi di scena in scena con i predenti brani (da quelli composti da Patrick Doyle a quelli da Alan Silvestri), sarà sottomessa prepotentemente spinta dalla forza di The Immigrant Song dei Led Zeppelin (usata non in una ma in ben due scene).
La presenza di draghi incendiari, lupi giganti, demoni infuocati e guardiani fuggitivi, purtroppo, non basterà a dare al film il senso di “nordico” che caratterizza i racconti del Dio del Tuono distinguendoli da qualsiasi altra opera firmata Marvel Studios.
Il triangolo formato da Thor, Loki & Odino che ha sempre caratterizzato i precedenti film della trilogia e che segue le vicende familiari dei reali di Asgard, con l’ingresso di Hela (e Skurge) non avrà vita semplice e sarà facilmente spezzato e messo in secondo piano dalla storia che, come se fosse contenuta da un Ragnarok che non vedremo mai davvero, ci mostrerà il grande Hulk che non poteva esser in alcun modo raccontato se non come comprimario (per questioni di diritti).
Per quanto l’arco narrativo dedicato allo scontro tra i due titani sia ben strutturato, tenti di rispondere alla fatidica domanda “Chi è il più forte degli Avengers?” e ci faccia conoscere due piacevoli personaggi come Il Gran Maestro e Valkiria, porta al film solo ottime scene d’azione in parte già mostrate in trailer e materiale promozionale confermando una quasi totale assenza di pathos.
Inoltre, occupando molto spazio la vicenda ispirata da Planet Hulk rispetto alla durata complessiva del film, la sete di vendetta e rivalsa che sarà presente ad Asgard è chiusa rapidamente tra segreti, rivelazioni e seconde possibilità che potevano offrire molto di più, con personaggi interessanti e repentine morti, e non solo pugnali volanti e saette luminose godibili se vedrete il film in 3D.

In conclusione:
Thor: Ragnarok è dunque un film che vuole compiacere la massa snaturando la natura stessa del Dio del Tuono, portando una tavolozza di colori, dell’ironia e dei personaggi che oscurano la magia e il pathos che la mitologia nordica poteva offrire e che in questo film restano solo accennati. Tecnicamente impeccabile come ogni film dell’universo narrativo dei Marvel Studios, la pellicola risulterà, però, un assemblaggio di un qualcosa già visto, per quanto bene possa esser stato fatto.
Recensione: Gatta Cenerentola
Recensione di Irene Rosignoli e Alessandro Biti
Una nave, una città in degrado, una ragazza muta, un principe azzurro con la pistola e una scarpetta che serve a nascondere i traffici di droga. Da qualche settimana è al cinema Gatta Cenerentola, quello che è stato definito “il miracolo napoletano” (bellissima, a proposito, questa risposta), l’ultima fatica di Mad Entertainment, un film che non solo è bello, nel senso più complesso e meno semplicistico del termine, ma anche importante per la situazione attuale del cinema e dello spettacolo italiani e non solo.

Perché, come giustamente molti hanno sottolineato, è vero che Gatta Cenerentola si inserisce in un clima di rinascita del cinema italiano, ma questa è solo una parte della verità. Questo film ha un ruolo importante a livello europeo, collocandosi in un processo molto simile che coinvolge l’animazione europea tutta. L’esperienza di Mad Entertainment non è troppo diversa da quella dell’irlandese Cartoon Saloon o dai lavori dei francesi Benjamin Renner e Rémi Chayé. Si tratta di film animati che, non potendo necessariamente competere ad armi pari con i grandi studi americani, sono costretti a trovare espedienti estetici e stilistici che scavalchino in modo intelligente i limiti del budget. Ma soprattutto sono film animati che non nascono come merce o dalla spasmodica ricerca del franchise da riutilizzare altre due o tre volte con sequel e spin-off. Le piccole perle prodotte in Europa nascono dal caro, vecchio e puro bisogno di raccontare una storia, e molto spesso con un prezzo da pagare che è il rischio di non sapere se si potrà ripetere l’esperimento o no.
Quando i soldi sono pochi succede però anche un’altra cosa: la libertà creativa è assoluta. È allora che nasce l’idea di un film d’animazione per adulti, quando la stragrande maggioranza del resto del mondo punta al pubblico delle famiglie. È allora che si pensa di raccontare una storia di camorra e di violenza, di un futuro rubato, di un’infanzia perduta, di una via d’uscita che sembra impossibile. Ed è allora che traspare l’amore – per la storia che si sta narrando, per la città che si sta celebrando (Napoli) ma anche per le semplici possibilità di un mezzo artistico, l’animazione, che è veramente illimitato nelle mani di chi non si pone limiti.

E quanto amore c’è nelle immagini e nelle musiche di Gatta Cenerentola. Nella grazia dei movimenti di Mia, nella bellezza spezzata della matrigna Angelica, nel coraggio del “principe azzurro” Primo Gemito, ma soprattutto in quel sogno impossibile di Vittorio Basile, armatore e scienziato proprietario della nave Megaride. Il suo è il sogno di chi guarda avanti in un paese in cui si può solo guardare indietro, la consapevolezza che dalle profonde contraddizioni di una città ferita possono nascere l’arte migliore e la bellezza più stupefacente. Vittorio Basile è insomma gli artisti della Mad, e forse tutti coloro che stanno lottando per questa rinascita del cinema italiano. Tuttavia i personaggi agiscono tra un futuro che sembra impossibile e il rimpianto del passato: il progetto del Polo della Scienza e della Memoria fallisce, e il suo fallimento è la fine della speranza nel futuro. E non è un caso che è allora che l’ambientazione viri verso lo steampunk. La nave, i corpetti vittoriani e in generale l’ambientazione ricordano molto la belle Epoque. Ed è significativo che questo succeda nella seconda parte del film, a simboleggiare che l’utopia, in mani sbagliate, diventa distopia. La conclusione della fiaba è però letteralmente un salto verso la speranza, che passa per la violenza, la morte e l’abbandono, ma che è uno splendido augurio per quello che verrà.
Forse non è un caso che lo studio di animazione su cui sono puntati tutti gli occhi degli italiani si chiami Mad Entertainment, perché bisogna ammettere che ci vuole una buona dose di follia per produrre un film come Gatta Cenerentola. Eppure è questa “madness” la chiave di tutto, perché è lo spirito visionario che traccia la strada verso l’inesplorato, è l’artista che invece che dare al pubblico ciò che si aspetta, sa guardare oltre e indovinare l’inaspettato che ha bisogno di vedere. È il talento di grandi filmmakers, che l’animazione italiana può finalmente vantare di nuovo.

E se non bastasse la carica innovativa del film in sé, prima del film potrete ammirare il breve corto in animazione tradizionale Simposio Suino in Re Minore. Diretto da Francesco Filippini e prodotto da Sky Dancers insieme a Mad Entertainment, è la storia di un cinghiale antropomorfo e di una cuoca. I due sembrano conoscersi, o forse no: la creazione della storia e dei legami è lasciata in mano allo spettatore, con la colonna sonora composta da canzoni cantate nella migliore tradizione napoletana. Molti elementi richiamano i film dello Studio Ghibli, ma sono restituiti sullo schermo in una nuova veste tutta partenopea. Per l’intero corto si respira quell’atmosfera Miyazakiana, che fa da perfetto contraltare al film che seguirà: dalla fiaba ambientata sulle rive di un lago nebbioso alla cruda realtà della camorra in Gatta Cenerentola.
Ben pochi franchise animati sono stati vittime di tanto odio come è successo alla saga di Cars. Se il primo episodio venne accolto in maniera discreta, sul web l’insofferenza per le automobili parlanti è cresciuta dopo il sequel del 2011, colpevole di aver causato un tonfo per i Pixar Animation Studios, che fino a quel momento ci avevano graziato con un capolavoro dopo l’altro (nell’ordine: Ratatouille, Wall-E, Up, Toy Story 3).
La realtà è che i film di Cars sono tutt’altro che brutti, piuttosto hanno avuto la sfortuna di nascere film “minori” all’interno di una filmografia che fino a qualche anno fa non sbagliava neanche un colpo. E soprattutto in Cars è molto più visibile che in altre pellicole la matrice commerciale: il franchise è senza dubbio nato dalla passione di John Lasseter per i veicoli, raccogliendo una delle migliori tradizioni dei Disney Studios ovvero quella degli oggetti parlanti, ma anche dopo i risultati non brillanti al box office, è stato portato avanti grazie ai miliardi di dollari che ogni anno incassa in automobiline giocattolo. Infine, Cars è una saga che più di ogni altro lavoro Pixar è diretta ai bambini più piccoli, e forse proprio questo ha creato il fastidio del pubblico adulto verso le auto parlanti.

Dopo il flop del secondo capitolo c’era dunque la necessità di rinnovare la saga e John Lasseter ha pensato bene di farlo tirandosi da parte e lasciando la sedia del regista all’esordiente Brian Fee, storyboard artist nei primi due capitoli qui alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Operazione riuscita? Sì e no. Da una parte Fee riesce in maniera ottimale a reinserirsi nella tradizione del primo Cars, di fatto cancellando con un colpo di spugna il secondo, recuperando la centralità del personaggio di Saetta McQueen e soprattutto l’ambientazione e lo spirito totalmente americani, il mondo delle corse statunitense, quella dolceamara nostalgia per gli antichi fasti del passato e per i grandi campioni di una volta che già avevamo assaporato nel primo capitolo. Tutto questo c’è ed è anche ben fatto, ma la regia di Fee offre ben poco altro di originale e innovativo, come ci si aspettava da una nuova voce: registicamente, Cars 3 è uno sguardo indietro all’esempio di Lasseter, e Fee rimane prudentemente su un sentiero già tracciato, rendendo il film privo di personalità.
Interessante però che un film che guardi così tanto al passato, sia per tematiche che per spirito e atmosfere, sia anche un film in qualche modo proiettato nel futuro. Saetta McQueen è ormai diventato vecchio ed è prossimo alla pensione, ma sente di non essere ancora pronto per dire addio al mondo delle corse, mondo che nel frattempo però è cambiato e in cui lui è rimasto come un pesce fuor d’acqua. Nonostante i suoi sforzi il campione non riesce a stare al passo con i nuovi piloti, semplicemente perché loro sono più giovani e scattanti. Che fare allora? Continuare a tentare di spingersi oltre i propri limiti o rassegnarsi all’evidenza e affrontare il difficile momento del passaggio di testimone cedendo il podio alle nuove generazioni?

La risoluzione, per quanto telefonata sia praticamente dal primo minuto, è in fondo la conclusione perfetta per questa saga, e ha un che di coraggioso: dal punto di vista narrativo, dal punto di vista emozionale e persino dal punto di vista commerciale, per un particolare risvolto che non anticiperemo per non fare spoiler. Questo tipo di conclusione è ciò che rende Cars 3 un film tutto sommato necessario, un’opera non eccezionale ma che riesce a chiudere il cerchio nel migliore dei modi riscattando in un certo senso gli errori del passato.
Viene infine da chiedersi cosa stia a significare questa particolare riflessione sulla vecchiaia e sul passaggio di testimone espressa in questo periodo specifico della vita della Pixar, in cui lo studio ha perso la sua centralità a Hollywood e si è visto soffiare il trono dalla rinata mamma Disney. Perché Cars 3 parla di brand in contrapposizione con l’autenticità, parla di piegarsi alle necessità del mercato o di rimanere fedeli a sé stessi e parla dell’importanza di capire quando è il momento giusto per farsi da parte. Che si tratti di una riflessione autobiografica o che stiamo leggendo troppo in un film d’animazione, è coraggioso ed è maturo da parte della Pixar portare al cinema tematiche del genere, ed è ironico e allo stesso tempo geniale che lo facciano proprio all’interno di questo particolare film.
Visto in anteprima a Giffoni Film Festival 2017
Accanto ai ben più famosi remake live action dei classici Disney, che sembra stiano rapidamente assorbendo l’intera produzione, Disney Pictures si è dedicata negli ultimi anni alla creazione di pellicole meno ambiziose, meno costose e inspiegabilmente insabbiate dalla stessa azienda, che prediligendo i kolossal finisce per un motivo o per l’altro per lasciare queste piccole gemme nel dimenticatoio.
La stessa sorte ha avuto Queen of Katwe, film diretto da Mira Nair e arrivato in una selezione di sale americane l’anno scorso, rimanendo inedito in Italia fino a questo momento (ma verrà distribuito su Sky Cinema e non in sala). L’opera è ispirata alla storia vera di Phiona Mutesi, ragazza nata nella baraccopoli di Katwe nella città di Kampala, in Uganda. La sua vita difficile cambia quando incontra Robert Katende, un missionario laico che insegna ai bambini il gioco degli scacchi, per il quale Phiona dimostra subito di avere un talento straordinario. Nonostante le sue umili origini, la sua bravura e il suo impegno la porteranno a rappresentare il suo paese alle olimpiadi degli scacchi e finalmente ad avere l’opportunità di sognare un futuro migliore.

Queen of Katwe è una storia potente perché potente è il materiale originale: tutto ciò che succede a Phiona sullo schermo è accaduto davvero nella realtà, ed è semplicemente impossibile non commuoversi di fronte alle sue vicende. Nella vita di Phiona, il gioco degli scacchi diventa non solo un mezzo per fuggire finalmente dalla fame o da un futuro ben peggiore (più volte viene trattato il tema della prostituzione, che inevitabilmente attende le ragazze povere di Katwe); gli scacchi sono anche lo specchio della vita stessa, una vita in cui servono premeditazione, astuzia, intelligenza, capacità di cavarsela nei momenti più difficili e in ultimo in cui il pezzo più piccolo può trionfare diventando il più grande.
Nonostante ci fosse materiale forte abbastanza da potersi permettere di far leva solo sulla lacrima assicurata, la regista Nair non pecca di pigrizia, inserendo tematiche e riflessioni che portano la storia su un livello superiore. In Phiona non c’è solo il bisogno di riscatto e di migliorare la propria condizione, ma anche l’altro lato, il ben più interessante e meno scontato sentimento di delusione che si ha quando si riesce a toccare con mano una vita migliore, ma subito dopo si è catapultati di nuovo alla realtà. La regista non si tira indietro dal mostrare anche i lati negativi di questa ascesa al successo: se la prima volta che viaggiano all’estero Phiona e i suoi compagni dormono a terra perché non sanno cosa sia un materasso, già dal viaggio successivo è evidente come la ragazza inizi in un certo senso a montarsi la testa, diventando troppo sicura di sé e della vittoria al campionato, e parallelamente certa di poter finalmente diventare benestante e felice.
Regista e sceneggiatore si chiedono dunque fino a dove sia lecito spingersi con i propri sogni, se sia giusto aggrapparsi a un’illusione che potrebbe lasciarci perennemente infelici e insoddisfatti della nostra condizione, oppure se al contrario sia meglio accontentarsi del poco che si ha e non immaginare cosa ci sia al di fuori dei nostri ristretti confini.

Sebbene l’esordiente Madina Nalwanga sia ottima nei panni di Phiona, la scena viene letteralmente rubata dal personaggio e dalla travolgente interpretazione di David Oyelowo nel ruolo di Katende, non solo mentore per i ragazzi del club di scacchi ma vera e propria personificazione della speranza in un futuro diverso. Altrettanto valida la prova dell’attrice Premio Oscar Lupita Nyong’o come Harriet, madre di Phiona, donna forte come una roccia pronta a sacrificarsi per il futuro dei propri figli, ma che allo stesso tempo vorrebbe trattenere Phiona ed evitare che soffra sognando troppo in grande.
È dunque un vero peccato che una storia così esemplare e un film così ben narrato, con tematiche e riflessioni talmente universali da andare ben oltre il piccolo villaggio di Katwe, siano passati in sordina al punto da non avere neanche una release cinematografica nel nostro paese. Non c’è dubbio: un’opera come Queen of Katwe meritava di più.
Recensione: Sasha e il Polo Nord
Sembra un controsenso provare una punta di delusione per la situazione attuale dell’animazione occidentale, quando negli ultimi anni i vertici di tutte le classifiche del box office sono stati conquistati sistematicamente da film animati. È una contraddizione piuttosto interessante, perché effettivamente i film che escono dai grandi studi (Zootropolis, Oceania, Inside Out, Sing) sono per la maggior parte ottimi prodotti, che spesso non hanno proprio nulla fuori posto (e gli incassi lo confermano), e tuttavia l’industria alla base cammina sul filo del rasoio, in attesa del passo falso che farà crollare il castello di carte.
Il problema principale probabilmente è che si tratta di executives-driven movies, cioè di film che di fatto sono in mano dal punto di vista anche creativo a un gruppo di dirigenti e ai colossali reparti di marketing e merchandise, entrati a tal punto nel processo produttivo da mettere in discussione la libertà creativa dei registi o degli artisti. Quando un’opera diventa una merce, chi crea arte ha una sola via d’uscita: essere talmente brillante da riuscire a scavalcare in maniera intelligente i limiti imposti. Nulla di nuovo, è una discussione vecchia quanto è vecchia l’arte. Meno libertà creativa significa minor varietà delle tecniche artistiche, meno diversità di voci e un target contenuto in determinate fasce (i famosi “family friendly movies”).

È invece curioso osservare cosa sta accadendo in Europa, dove l’animazione sta piano piano rinascendo e dove invece i problemi sono ben diversi: da noi non si hanno troppi soldi da spendere, se ne hanno troppo pochi. E in questo senso, Sasha e il Polo Nord, film franco-danese del 2015 arrivato solo a maggio 2017 nelle sale italiane, è un esempio perfetto da analizzare.
Come spesso accade guardando questi film, se si è appassionati di un certo tipo di animazione americana, per alcuni minuti è inevitabile immaginarsi come sarebbe stata una storia così profonda e interessante se i filmmakers avessero avuto più budget da investirci. Se fosse stata in full animation, se ci fossero stati più soldi per gli effetti o magari anche per ampliare il finale che risulta un po’ affrettato. Ci vuole un po’ a comprendere il segreto: film come Sasha e il Polo Nord e i suoi fratelli europei a basso budget sono gioielli proprio perché trasformano l’economia di budget nel loro punto di forza. Fanno proprie le limitazioni dovute alle scarse risorse, rendendole stile ed estetica. Questa è una lezione che possiamo riscontrare anche nella storia Disney: forse non tutti lo ricorderanno, ma alcune delle migliori soluzioni visive, stilistiche e narrative furono create ed adottate nei film ad episodi degli anni ’40 o nei cortometraggi con budget risicato, che costringevano gli artisti a design minimali, animazione stilizzata e a tutta una serie di espedienti che, pur essendo nati in un momento di difficoltà economica, portavano avanti l’arte dell’animazione segnando epoche.

L’opera di Rémi Chayé (il cui titolo italiano, bisogna dirlo, è decisamente poco ispirato) abbraccia tutto questo e lo unisce alla storia appassionante di una ragazza che non si ferma davanti a nulla, decisa a ritrovare i resti della nave con la quale tanti anni prima suo nonno fece naufragio. Anche il messaggio della storia propone una curiosa variazione sul tema: se normalmente il bello del viaggio non è mai la meta ma ciò che si vive nel raggiungerla, in Sasha e il Polo Nord quello che conta è arrivare, raggiungere il proprio obiettivo, piantare quella bandierina che significa “ce l’ho fatta”. Si deve arrivare alla meta perché ad attenderci c’è qualcosa di meraviglioso, e solo allora la bellezza di ciò che troveremo ci farà rivalutare la fatica e le sofferenze del viaggio.
Si perdonano allora il finale che sembra incompleto o la scarsa empatia che suscitano alcuni personaggi poco approfonditi (comunque difetti veramente minimali, soprattutto se consideriamo che si tratta dell’esordio alla regia di Chayé). Sasha e il Polo Nord è un’opera raffinata, che ci fa guardare alle possibilità dell’animazione europea con grande anticipazione.“Less is more”, si diceva, e nel caso di Sasha e il Polo Nord è verissimo: spesso i veri gioielli sono nascosti, da trovare guardando con attenzione.
10 film d’animazione europei da tenere d’occhio
Dopo aver recensito in forma scritta sia Alla Ricerca di Dory, il sequel di Alla Ricerca di Nemo, film dei Pixar Animation Studios e Piper, il cortometraggio che come tradizione anticiperà il lungometraggio nelle sale, abbiamo realizzato seguendo le vostre domande più interessanti o poste più volte sui nostri canali la video-recensione delle due meravigliose opere degli studi di Emeryville.
Come sempre nel video non c’è l’assoluta presenza di anticipazioni che non siano già uscite ufficialmente.
Buona visione!
Diretto ancora una volta da Andrew Stanton (Alla Ricerca di Nemo, WALL•E), co-diretto da Angus MacLane (Toy Story of Terror!) e prodotto da Lindsey Collins(WALL•E), il film è arrivato nelle sale americane il 17 Giugno 2016.
In Italia, invece, giugerà il 15 Settembre. Sarà ambientato sei mesi dopo le vicende di Alla Ricerca di Nemo e ci mostrerà Dory impegnata in un viaggio alla ricerca delle proprie origini e della sua famiglia, accompagnata da tanti nuovi amici e vecchie conoscenze.
Come promesso, dopo la recensione scritta, ecco anche la Video-Recensione dedicata ad Alice Attraverso Lo Specchio, film che arriva oggi nei cinema italiani in più di 700 copie!
Nonostante qualche piccolo problema tecnico dettato dall’inesperienza del sottoscritto, ho cercato di rispondere a tutte le domande che ci avete in precedenza posto.
Buona visione!
CLICCA QUI PER LEGGERE LA NOSTRA RECENSIONE IN ANTEPRIMA!
Di seguito la sinossi ufficiale del lungometraggio:
Alice Kingsleigh ha trascorso gli ultimi anni seguendo le impronte paterne e navigando per il mare aperto. Al suo rientro a Londra, si ritrova ad attraversare uno specchio magico, che la riporta nel Sottomondo dove incontra nuovamente i suoi amici il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e il Cappellaio Matto che sembra non essere più in sé. Il Cappellaio ha perso la sua Moltezza, così Mirana manda Alice alla ricerca della Chronosphere, un oggetto metallico dalla forma sferica custodito nella stanza del Grand Clock che regola il trascorrere del tempo. Tornando indietro nel tempo, incontra amici – e nemici – in diversi momenti della loro vita e inizia una pericolosa corsa per salvare il Cappellaio prima dello scadere del tempo.
Basato sul libro Through The Looking Glass, la sceneggiatura è di nuovo opera di Linda Woolverton (La Bella e La Bestia, Alice In Wonderland, Maleficent – Il Segreto della Bella Addormentata). Alla regia, invece, troviamo James Bobin (I Muppets, Muppets Most Wanted) che sostituisce il celebre Tim Burton che figurerà solo come produttore. Nel cast, invece, tornano nomi come Mia Wasikowska, Johnny Depp, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter, Matt Lucas e nuovi volti come Rhys Ifans, Sacha Baron Cohe ed Ed Speelersn.
Nel cast vocale, invece, troviamo nuovamente Stephen Fry, Alan Rickman, Michael Sheen, Timothy Spall, Paul Whitehouse, Barbara Windsor e Toby Jones.
Confermato anche il ritorno di buona parte del cast tecnico tra cui Colleen Atwood per i costumi, Ken Ralston per gli effetti visivi, Dan Hennah per le scenografie, Stuart Dryburgh per la fotografia, Peter King per il Make-Up e Danny Elfman per le musiche.
Il film uscirà nelle sale il prossimo 25 Maggio 2016.
