Una nuova recensione è online sul nostro canale YouTube! Stavolta parliamo di merchandise Disney e vi mostriamo un pezzo della nuova collezione cancelleria Big Hero 6, della marca Mitama.
Potete vedere il video qui sotto!
Con il caldo che fa gradiremmo senza dubbio tutti una bella rinfrescata! Magari la Regina più famosa del momento, custode del potere del ghiaccio, potrebbe venire a farci visita… giusto il tempo di raffreddare un po’ l’aria! A chi non piacerebbe un’estate “Frozen”?
Se è davvero questo il vostro desiderio, non vi resta che fare rotta per Disneyland Paris dove è in corso, appunto, la “Fête Givrée” (fino al 13 Settembre): Elsa, Anna e tutti i loro amici sono pronti a regalarvi un pizzico di magia grazie ai nuovi spettacoli ispirati al lungometraggio Frozen – Il Regno di Ghiaccio (qualcosa avevamo annunciato QUI).
Per prima cosa: quando si possono incontrare le protagoniste assolute della celebrazione? Se è vero che già da più di un anno le sorelle reali di Arendelle e Olaf sfilano ogni giorno durante la parata pomeridiana, “La Magie Disney En Parade”, quest’estate potrete vederle percorrere lo stesso tragitto a bordo della loro carrozza per ben tre volte al giorno: si tratta dell’ “Hommage à La Reine Des Neiges” (o “Frozen: A Royal Welcome”). I bambini accoglieranno il passaggio del bianco e in parte ghiacciato calesse, trainato da due splendidi cavalli in carne ed ossa, con fermento ed entusiasmo. Mentre saranno intenti a salutare le loro meravigliose beniamine, in sottofondo sarà possibile ascoltare versioni strumentali delle canzoni del lungometraggio o, il più delle volte, la famosa versione multilanguage di Let it Go. La particolarità di questa piccola promenade è che non sfila sempre nello stesso senso come accade per la parata quotidiana, pur restando sullo stesso percorso.
Ma è Frontierland l’area invasa maggiormente dal regno di Arendelle. La zona in prossimità della Frontierland Depot, il Cottonwood Creek Ranch (QUI), è stata convertita nell’Arendelle Marketplace. Provenendo dal “Fuente Del Oro Restaurante” in direzione della stazione, una grande arcata con su scritto “Frozen Fun – Fête Givrée” segnerà l’ingresso in questa piccola area nuova di zecca. La musica cambia, ai lampioni sono fissati piccoli stendardi con sopra lo stemma della casata della Regina Elsa e perfino le pattumiere sono decorate con motivi che ricordano il suddetto blasone, il ghiaccio e la neve. Ma ecco che sulla destra appaiono gli edifici che caratterizzano questo spazio a cominciare dal “Wandering Oaken’s Trading Post”. Diversamente dal suo omonimo animato, questo store non venderà corde o carote, bensì bambole, pupazzi e vestiti targati Frozen. Non si tratta di un negozio nel quale è possibile entrare: in realtà è un piccolo punto vendita più somigliante a un chiosco; gli articoli sono esposti nello spazio all’aperto antistante o sugli scaffali alle spalle della cassa.
Restando in tema di chioschi, continuando a camminare, ce ne troveremo un altro, bianco, di fronte. Qui potremo comprare deliziose leccornie anch’esse ispirate al 53° Classico Disney. Si va dai cupcakes, alle mele caramellate, alle ciambelle, alle granite e molto altro ancora. La nostra piccola consumazione potrà essere assaporata seduti comodamente ai tavolini situati di fianco al “Wandering Oaken’s Trading Post”.
Trai due casotti, un porticato con su scritto “Marketplace”, ci darà accesso all’ultima parte di quest’area. Proprio davanti a noi apparirà un divertente punto fotografico dove, seduti su di una slitta, potremo farci scattare una foto in compagnia di una statua raffigurante Sven e Olaf mentre fanno capolino da una piccola apertura nello steccato sullo sfondo. Infine, sulla sinistra, il “Royal Couturier”. Esperti truccatori e parrucchieri faranno assomigliare le piccole ospiti del parco ad una delle due sorelle della famiglia reale di Arendelle. Il servizio è chiaramente a pagamento, con diverse tariffe a seconda del trattamento selezionato: il “Pack Beauté”, che prevede soltanto trucco e acconciatura, costa 55€; il “Pack Château”, comprensivo anche di vestito della principessa prescelta, costa invece 120€. Perfettamente somiglianti a una delle due protagoniste di Frozen, alle bimbe sarà anche scattata una foto (non compresa nel prezzo) davanti a un esclusivo fondale.
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La domanda che ci si potrebbe porre è perché proprio Frontierland è stata scelta per ospitare l’Arendelle Marketplace e nello specifico perché il Cottonwood Creek Ranch. Oltre ad essere uno spazio pressoché inutilizzato, grande influenza sulla decisione l’ha avuta sicuramente la presenza del Chaparral Theatre proprio lì accanto. In questo spazio, infatti, è in scena, sempre in occasione della “Fête Givrée“, il nuovissimo spettacolo “Chantons La Reine des Neiges” (o “Frozen Sing-along”). La prima cosa che colpisce, oltre alla bellissima scenografia che riproduce un’ambientazione montana innevata, con abeti, scalinate e grossi muri di neve, è la presenza sul palco di alcuni schermi. Inizialmente vi sono proiettati sopra dei paesaggi, ma dopo capiremo per bene la loro funzione principale. Sulle note della traccia Vuelie, proprio come in apertura del lungometraggio, inizia lo spettacolo (dopo un piccolo pre-show durante il quale alcuni ballerini “testano le voci e l’entusiasmo” dei vari settori di pubblico). Facciamo subito la conoscenza di due simpatici abitanti di Arendelle, pronti a darci il benvenuto al loro “Festival dell’Inverno”, insieme alla principessa Anna intenta a cercare Olaf. Ed ecco partire For the First Time in Forever (notare come i due performer principali cantino live tutte le canzoni). Quindi Anna e i suoi amici ci chiedono di aiutarli a preparare una una grande sorpresa per la Regina Elsa. È il momento di far iniziare il vero e proprio “sing along” con Do You Want to Build a Snowman?, e di svelare la funzione principale degli schermi: essendo un karaoke, o per meglio dire un “canta con noi”, vi vengono proiettate alcune scene del film con il testo delle canzoni in sovrimpressione. La cosa davvero interessante è che sui vari schermi le parole appaiono in diverse lingue, non solo in francese e inglese. A questo punto vengono a salutarci anche Olaf e Kristoff, impegnati come gli altri ad organizzare la sorpresa per Elsa. Ed ecco partire In Summer, durante la quale i ballerini lanciano alcuni grossi palloni gonfiabili tra il pubblico: è un divertimento per tutti, mentre si canta, cercare di toccarli per poi farli rimbalzare da qualche altra parte!

Quindi Love is an Open Door, con tanto di sottotitoli differenziati per la linea di canto maschile e per quella femminile. Stavolta i ballerini girano tra gli spalti con un microfono, chiedendo, soprattutto ai più piccini, di condividere la propria voce con il resto degli spettatori. Tutti i personaggi incontrati rientrano in scena… e quale miglior modo per far contenta la Regina Elsa se non cantarle la sua canzone preferita, Let it Go? Anche durante questa esibizione un microfono viene portato tra il pubblico, ma stavolta sugli schermi laterali appaiono le immagini girate in diretta degli spettatori intenti a cantare. Ma ecco che sull’ultimo ritornello, lo schermo principale inizia a scomparire verso l’alto per concentrare l’attenzione su di un piccolo cucuzzolo di montagna rimasto nascosto fino ad ora: da lì, magicamente, ecco apparire Elsa in tutta la sua bellezza e in tutta la sua magia; e infine, fiocchi di neve iniziano a cadere nel teatro accompagnati da qualche gradevole soffio d’aria fredda. Elsa ringrazia tutti e propone un bis dell’ultima parte della sua canzone, sempre accompagnato da neve e da magici getti di fumo, per poi salutare tutti i presenti.
Uno spettacolo che cerca a tutti i costi l’interattività non solo invitando il pubblico a cantare, ma anche intrattenendolo con simpatiche trovate come quella dei palloni o addirittura permettendogli in qualche modo di essere parte dello show. È sempre molto divertente vedere sulla scena le immagini del pubblico catturate in diretta dalle telecamere: bimbi intimiditi dal microfono oppure sicuri di sé che si lanciano nel cantare a squarciagola le loro canzoni preferite, genitori ben dentro lo spirito dello spettacolo che cantano ognuno nel suo personalissimo modo, e così via. E non mancano piccole improvvisate come sul “Will you marry me?” pronunciato da Hans durante Love is an Open Door, al quale molti dal pubblico sentono il bisogno di rispondere con un potente “Nooooo!”, consci di come andranno a finire le cose tra Anna e il Principe verso la fine del film. Ultima cosa: le piccole ospiti trasformate grazie ai professionisti del “Royal Couturier”, in tante Anna ed Elsa in miniatura, avranno riservato un posto nelle prime file del teatro per assistere allo spettacolo (quindi sarà più probabile vederle comparire sullo schermo o sentirle cantare ai microfoni portati in giro dai ballerini). Lo show viene messo in scena per 12 volte durante l’arco della giornata: 6 in francese e altrettante in inglese.
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Siamo alla chiusura del parco, e non può certo mancare il gran finale, il “Disney Dreams” (che trovate recensito QUI). Per l’occasione Let it Go è stata aggiunta tra i segmenti dello spettacolo: mentre Elsa sarà intenta a cantare, il Castello si trasformerà prima nella possente Montagna del Nord e poi, coerentemente con la scena tratta dal lungometraggio, nel Palazzo di Ghiaccio costruito dalla Regina. Fuochi d’artificio e fontane accompagneranno le movenze della protagonista, proprio come se si trattasse della neve che viene creata dalle sue mani. Certamente un momento di grande partecipazione soprattutto per i più piccoli che, ormai, conoscono questa canzone a memoria e possono cantarla in ogni occasione. A fare le spese di questa modifica è Merida, che perde la sua Touch the Sky (ma che, piacevolmente, compare comunque nel finale su You Can Fly).
Prima del Dreams però è da segnalare forse il momento più poetico di tutta la “Fête Givrée”. Nel buio, mentre siete in attesa del grande spettacolo finale distribuiti nella Central Plaza e su tutta Main Street, ecco partire delle bellissime versioni orchestrali delle canzoni di Frozen, sulle cui note, in modo elegantissimo e suggestivo, con qualche luce blu d’atmosfera e qualche piccolo movimento dei led bianchi che tappezzano le torri del Castello, le fontane inizieranno a volteggiare, regalando un’esperienza di una delicatezza indescrivibile e sicuramente molto molto suggestiva.
Insomma, chiamatela pure “Fête Givrée”, “Frozen Summer Fun” o “Estate Frozen”, ma è consigliatissima una visita al Disneyland Park per poter prendere parte a questi unici e sensazionali festeggiamenti. Che voi siate fan o meno del 53° Classico Disney, l’entusiasmo di tutti i presenti, soprattutto dei bambini, sarà talmente contagioso da arricchire con un’ulteriore dose di gioia e spensieratezza la vostra già magica esperienza a Disneyland Paris.
Un addestramento attraverso le difficili e potenti vie della Forza, evitando le tentazioni dei maestri del Lato Oscuro, per arrivare a conoscere le basi del combattimento con la spada laser e l’esercizio mentale della levitazione… E il tutto per giovani padawan dai 7 ai 12 anni! Questo è l’argomento del nuovo spettacolo interattivo in scena dall’11 Luglio al Videopolis Theatre di Discoveryland, di cui vi avevamo parlato QUI.
Che voi siate seduti tra gli spalti, ai tavolini mentre consumate il vostro pasto comprato al “Cafè Hyperion”, o nelle prime file riservate ad amici e familiari dei bambini partecipanti, sarete sicuramente molto incuriositi da ciò che sta per accadere davanti ai vostri occhi. L’ingresso trionfante del Maestro Jedi a suon delle mitiche musiche composte da John Williams, accompagnato da una breve esibizione coreografica di mosse che ricordano le arti marziali (di cui crediamo che il performer sia un esperto), è solo il preludio alla comparsa dei veri protagonisti dello show: 16 bambini vestiti con il tradizionale saio usato dagli Jedi e armati di spade laser rigorosamente verdi come quella di Luke Skywalker. In compagnia di 3 Cavalieri, loro fedeli e preziosi alleati, entreranno in grande stile sfilando nel corridoio centrale del Videopolis Theatre, strappando di sicuro qualche tenera emozione, non solo ai loro genitori, ma anche ai perfetti sconosciuti lì seduti appassionati o meno dei film targati Star Wars. Sorprende il successo che questa saga cinematografica continua ad avere nelle giovanissime generazioni, e non solo trai maschi.
Preso possesso del palcoscenico, i nostri aspiranti Jedi sono pronti per iniziare l’addestramento. Punto primo: combattimento con la spada laser. Oltre a saperla attivare e disattivare, sarà importantissimo imparare a colpire, parare e schivare, per poter essere pronti a sfidare eventuali temibili avversari che non tarderanno ad incrociare il percorso dei nostri giovani padawan. La coreografia è chiaramente molto semplice vista l’età dei bambini partecipanti, il poco tempo a disposizione e, diciamolo, anche qualche possibile difficoltà dovuta alla lingua. Ma i piccoli apprendisti si mostreranno ben concentrati nel mettere in atto ciò che vedono fare al loro Maestro con la sua spada blu o ai Cavalieri che assisteranno in particolare i più piccini del gruppo.
Punto secondo e altrettanto importante: allenare la mente attraverso l’esercizio dell’arte della levitazione. E qui in aiuto dei nostri apprendisti interverrà, o meglio, verrà tirato in ballo, uno dei personaggi più amati della saga: il piccolo droide R2-D2! Posto in un angolo della scena (dove anche tra uno spettacolo e l’altro, sollecitato dalle musiche in sottofondo, di tanto in tanto si lascia andare a qualche parola nel suo strano e simpatico linguaggio), verrà fatto letteralmente levitare con la sola forza delle menti dei 16 padawan.
Ma è proprio vero che il Lato Oscuro è sempre in agguato, infatti quando l’addestramento sembrerà essersi concluso, faranno la loro entrata trionfale e minacciosa i celebri Stormtrooper per scortare il temibile Darth Vader. Il suo obiettivo sarà quello di convertire i giovani aspiranti Jedi e indurli a percorrere le vie malvagie della Forza sotto la sua guida. Riuscirà il Lato Chiaro ad averla vinta anche stavolta? La risposta è sì. L’animo nobile dei 16 combattenti emergerà negli scontri testa a testa contro il cattivissimo Sith dove, applicando tutti gli insegnamenti appresi, riusciranno ad averla vinta; infine, collaborando tutti insieme come già avvenuto per far sollevare da terra R2-D2, faranno levitare il crudele antagonista insieme ai suoi scagnozzi letteralmente fuori dalla porta, scongiurando così il rischio di essere sedotti dal Lato Oscuro.
Sicuramente una bellissima esperienza che gioca sull’interattività grazie al coinvolgimento dei piccoli guest e che arricchirà il loro soggiorno a Disneyland Paris di un’ulteriore magica esperienza. Ma chi scrive vi assicura che dedicare un quarto d’ora alla visione di questo show è qualcosa che lascerà ben soddisfatti tutti, parenti dei padawan e non, grandi e piccoli, fan della saga o meno. I costumi, il droide R2-D2 animato, la leggendaria colonna sonora della saga, avranno un impatto forte su di voi e sarete sicuramente colpiti dall’attenzione ai dettagli che viene sempre prestata negli spettacoli (così come nelle attrazioni) dei parchi Disney, i luoghi dove i sogni di ogni disneyano (in senso largo del termine, comprendendo quindi anche gli universi Marvel e Star Wars) vivono e prendono forma diventando tangibili. Ma non ultimo, il ruolo chiave nell’intrattenimento è dato dagli imprevedibili protagonisti dello show: i bambini, ognuno col proprio carattere e la propria indole, sono il valore aggiunto. Il loro impegno nell’imparare la coreografia di mosse, le loro emozioni nel trovarsi faccia a faccia con uno dei villains più temuti e iconici della storia del cinema, ma soprattutto le loro piccole improvvisate (è molto probabile che qualcuno più vivace si conceda qualche piccola “variazione sul tema” rispetto alla coreografia di mosse perstabilita, per poter colpire Darth Vader in modo più incisivo!), daranno carattere allo spettacolo rendendolo sempre unico e speciale.
Contestualmente vi consiglio di non perdere quest’occasione per gustare i nuovi menù ispirati a Star Wars serviti al “Cafè Hyperion”, in modo da ottimizzare i tempi di visita al Disneyland Park abbinando la pausa pranzo/cena alla visione dello spettacolo e per calarvi completamente in questo strambo universo permeato in ogni angolo dalla Forza.
Visionario, sognatore, eterno bambino, ma anche massone, antisemita, misogino… mille appellativi diversi si sono avvicendati nel corso della storia per definire Walt Disney. Venuto dal nulla, da una famiglia povera che viveva del lavoro dei campi, Disney in pochi anni ha creato un impero rivoluzionando il mondo del cinema, dell’intrattenimento e imprimendo un segno indelebile nell’immaginario popolare, americano prima e mondiale poi. Come spesso accade, la popolarità ha reso Walt un “mito” e creato anche numerose dicerie sul suo conto. Alcune, chissà, potrebbero avere un fondo di verità, mentre altre sono state diffuse da detrattori con l’intento di distruggere un idolo. Per gli appassionati, ma anche per gli storici stessi, risulta dunque particolarmente difficile rispondere alla domanda Chi era davvero Walt Disney?. Molto spesso, nel tentativo di descrivere l’uomo Walt, si rischia di schierarsi troppo. È quello che purtroppo è successo alla storiografia disneyana, creando di fatto due filoni, uno “pro-Disney”, forse eccessivamente lusinghiero, e uno “anti-Disney”, colpevole forse di prestare troppo orecchio alle calunnie.
Lo scopo di Michael Barrier, autore della biografia Vita di Walt Disney – Uomo, sognatore e genio, è quello di non lasciarsi confondere dalle numerose interpretazioni storiche già esistenti, ma di riscoprire l’uomo Walt a partire dai fatti. Il suo approccio è analitico, quasi scientifico. La ricostruzione minuziosa della personalità di Disney passa attraverso le sue azioni: il lavoro da bambino per il padre Elias, i primi tentativi come cartoonist, i primi film, successi e insuccessi, passando per alcuni momenti critici della sua vita come lo sciopero del ’41 che tanto contrasto creò tra lui e i suoi impiegati. Il carattere di Walt, complesso, pieno di contraddizioni e estremamente mutevole, emerge dal suo lavoro e dalle parole di chi lo ha veramente conosciuto, tutto materiale ricavato dai documenti del grande archivio Disney, luogo ai più inaccessibile, ma che Barrier ha avuto il permesso di visitare e di usare come centro di ricerca.
Vita di Walt Disney è un saggio per chi cerca un punto di vista oggettivo e per chi predilige i fatti piuttosto che le opinioni. L’approccio analitico forse risulterà pesante per chi è abituato a leggere biografie romanzate o con uno stile più narrativo, ma è decisamente la lettura più adatta per scoprire pregi e difetti di un artista che troppo spesso viene idealizzato e troppo spesso viene ingiustamente ingiuriato.
Due parole infine sull’edizione italiana curata da Tunué e da Marco Pellitteri, il cui grande merito è l’attenzione particolare per le esigenze del lettore italiano. Laddove Barrier si rivolge infatti perlopiù a un pubblico di specialisti, spesso dando per scontate nozioni sulle tecniche cinematografiche, su autori e fatti storici già noti ai lettori americani, il traduttore italiano ha scelto di rendere il libro perfettamente fruibile anche a chi è completamente a digiuno di storia dell’animazione. Grazie a una ricca prefazione e all’integrazione di note pensate appositamente per il pubblico nostrano, la biografia Vita di Walt Disney si connota come perfetta anche per i semplici curiosi che volessero iniziare ad addentrarsi in questo mondo. Oltre a un approfondimento su libri e saggi incentrati sulla figura di Disney, abbiamo anche un breve paragrafo sui Nine Old Men, i nove animatori fidati di Walt, uno più tecnico sulle regole dell’animazione e persino una prefazione inedita scritta direttamente da Barrier.
Titolo: Vita di Walt Disney – Uomo, sognatore e genio
Autore: Michael Barrier
Editore: Tunué (collana Lapilli Giganti)
Pagine: 576
Prezzo: 24,00 euro
Leggi anche la recensione di Jacopo
Alla Pixar sono tutti un po’ visionari ed eccentrici, ma uno di loro lo è in particolare. Si chiama Pete Docter e sicuramente lo conoscete già per le sue idee strambe. L’ultima riguardava un gruppo di avventurosi eroi formato da un vecchietto scontroso, un fastidioso boy scout, un pennuto in technicolor e un cane parlante, ma già nel 2001 ci aveva trasportato con l’immaginazione in una città popolata solo da mostri, che di notte infestano i nostri armadi per guadagnarsi da vivere. In breve, le idee di Docter sono quelle che sulla carta sembrano assurde, ma quando arrivano sul grande schermo sono capolavori. La sua grandezza sta nel farci sembrare naturalissimi e vicini a noi situazioni, storie e personaggi impossibili, bizzarri e surreali, che però raccontano la realtà.
Il suo nuovo progetto, Inside Out, è l’idea più ambiziosa di tutte. Il concept non è nuovo: già negli anni ’40, con il corto Reason and Emotion, la Disney aveva tentato di dare una spiegazione a cosa avviene nella mente umana. Ma Reason and Emotion era collocato in un determinato contesto storico e culturale: la Seconda Guerra Mondiale. Si trattava di un corto educativo, con l’obiettivo di spiegare come Hitler riuscisse a vanificare l’utilizzo della ragione dei cittadini facendo leva su un’unica emozione: la paura. Chiaramente niente di tutto ciò esiste in Inside Out, che parla della vita di tutti i giorni di una bambina qualunque e dunque punta ancora più in alto, rischiando di più. Stavolta al centro dell’attenzione c’è una gamma di emozioni più ampia: Rabbia, Disgusto, Paura, ma specialmente Tristezza e Gioia, veri motori delle vicende del film. La pellicola ha l’impostazione del Pixar tradizionale; in particolare si tratta di un road movie in cui Gioia e Tristezza, per un guaio combinato da quest’ultima, si ritroveranno perdute nei meandri della mente e lontane dal centro di controllo dal quale possono guidare Riley, la bimba protagonista. Si vedono quindi costrette a collaborare, nonostante siano l’una l’opposto dell’altra, in un viaggio per poter tornare alla loro postazione, dove nel frattempo Paura, Disgusto e Rabbia sono fuori controllo.

Joy (voice of Amy Poehler) and Sadness (voice of Phyllis Smith) catch a ride on the Train of Thought in DisneyPixar’s “Inside Out.” Directed by Pete Docter (Monsters, Inc., Up), “Inside Out” opens in theaters nationwide June 19, 2015. ©2014 DisneyPixar. All Rights Reserved.
L’abilità della Pixar è quella di caratterizzare questi piccoli “impiegati della mente” come characters a tutto tondo, ognuno con la propria personalità e, seppur entro certi limiti (dopotutto, sono emozioni!), con i loro desideri, i loro obiettivi e le loro speranze. Tutta la loro vita è tesa verso un unico scopo: il benessere della loro protetta. Riley sta infatti affrontando un momento difficile: ha 11 anni, sta per diventare adolescente, e come se non bastasse deve imparare ad ambientarsi in una nuova città dopo un trasloco, lontana dalla casa e dagli amici che tanto amava. Questo lavoro accuratissimo di caratterizzazione su due piani permette un paradosso molto curioso. Lo spettatore si ritrova inizialmente a identificarsi con la propria emozione preferita e ad appassionarsi alla quest di Gioia e Tristezza. Ma gradualmente e con maestria Docter lo porta a comprendere infine che l’unico vero personaggio con cui può e deve identificarsi è proprio la stessa Riley. È lei il link tra il mondo surreale immaginato dal regista e la vita reale. La sua è una storia qualunque, la storia di un cambiamento che tutti, prima o poi, devono affrontare.
Inside Out parla della crescita e del ricordo dolceamaro dell’infanzia con tutta la delicatezza della Disney e con tutta la genialità della Pixar. È la stessa Disney che in Peter Pan e nel Re Leone ci ammonisce: restare bambini per sempre è sbagliato, e per quanta felicità e spensieratezza possa esserci in quell’età innocente, prima o poi occorre assumersi le proprie responsabilità e prendere il proprio posto nel mondo. È interessante notare anche come tutto il processo sia raccontato dal punto di vista dell’adulto: vediamo Riley e le emozioni stupirsi e reagire di fronte ai cambiamenti in corso, ma non cresciamo con loro come accade con Simba o con Wendy e i suoi fratellini. Stavolta osserviamo dall’esterno, dalla posizione di chi quel momento lo ha già affrontato e sa che è inevitabile. Il risultato è un mix irresistibile di tenerezza, nostalgia e malinconia. Inside Out parla di tutti noi, porta sullo schermo la storia di tutti quanti, ed è impossibile rimanere indifferenti.
Due parole sul worldbuilding e sugli aspetti più tecnici. Il mondo costruito da quel genio di Docter stavolta è davvero straordinario: senza spoilerare troppo, la Pixar ha cercato di spiegare il funzionamento del cervello umano creando un vero e proprio universo popolato da emozioni, ricordi, paesaggi e stani macchinari, un luogo fantastico che vuole esplorare ogni aspetto del nostro pensiero, dai sogni, all’immaginazione, fino alle caratteristiche della nostra personalità.
Quanto al disegno e all’animazione, Inside Out è il punto di arrivo dello stile Docter. L’autore ha sempre lavorato con dei personaggi rigorosamente geometrici e stilizzati, che qui sono decostruiti, ridotti all’osso, letteralmente smontati e rimontati in una delle scene visivamente più interessanti viste nel cinema d’animazione CGI degli ultimi anni. Una scena che quanto a sperimentalismo fa invidia a Fantasia e ci mostra uno sneak peek delle meraviglie a cui ha lavorato la Pixar nell’anno di fermo tra Monsters University e quest’ultima opera. Qualunque software sia, se queste sono le premesse, ci sarà da vederne delle belle.
In ultimo, è da sottolineare come Inside Out sia un film coraggioso. Coraggioso in alcune scelte narrative e coraggioso perché, in un periodo in cui anche la Disney sembra letteralmente sommersa da progetti di sequel, remake e reboot, questo film si impone come assolutamente non commerciale, tralasciando per una volta il merchandise e concentrandosi su una bella trama, sui sentimenti e sull’originalità. Inside Out vincerà la sua sfida principalmente per un unico motivo: la qualità. A testimonianza che se si dà fiducia al pubblico, il pubblico ripagherà con la stessa moneta. Una lezione che valeva la pena ricordare.
Ognuno di noi, crescendo, sviluppa una serie di stati mentali e fisiologici associati a stimoli interni o esterni.
Non avete capito di cosa sto parlando?
È presto detto: delle emozioni, quelle sensazioni innate che ogni giorno provate senza rendervene conto, istintivamente.
Sono certo che fin da bambini, pur non essendo Charles Darwin, Robert Plutchik o Paul Ekman, vi siete sempre domandati come e perchè queste agissero. Se voi, in qualche assurdo modo, poteste essere in grado di controllarle. Ma nessun libro di Psicologia sarà in grado di spiegarvelo come potrà riuscirci fra qualche mese uno dei migliori film d’animazione degli ultimi anni: Inside Out.
I Pixar Animation Studios, dopo un anno sabbatico, tornano sul grande schermo. E lo fanno in grande, con l’aiuto di uno degli artisti più visionari e creativi che Emeryville può vantare: Pete Docter.
Questa volta, però, i protagonisti della sua pellicola non sono nè mostri nè anziani bisbetici. La protagonista è una semplice bambina di 12 anni, Riley, che nonostante le apparenze dovrà affrontare una delle avventure più estreme che la vita ci pone, a tutti, indistintamente: la crescita. Ma come farlo utilizzando una delle parole d’ordine dello studio d’animazione, l’originalità? Viaggiando letteralmente dentro e fuori la mente della piccola, rendendo visivamente concrete e protagoniste le cinque emozioni principali, quelle che ogni persona vive quotidianamente: la Gioia, la Rabbia, la Tristezza, la Paura e il Disgusto. Tutte perfettamente caratterizzate, sia caratterialmente che visivamente, gestite sapientemente in modo tale da non farcele dimenticare quando non potremo vederle sullo schermo e soprattutto, una volta usciti dalla sala, in modo da farci chiedere se queste stiano davvero lavorando così nella nostra mente.
Per abituarci a questa brillante novità, il film comincia in modo ordinario narrandoci l’infanzia di Riley, giocando con i suo primi ricordi e con lo sviluppo degli altri colorati protagonisti. Una volta capito il gioco creato dal regista di UP, i ritmi del lungometraggio, le ambientazioni e persino i colori cambieranno repentinamente, mettendo in discussione tutto ciò che è stato mostrato precedentemente in un crescente climax emozionale, alternato in modo eccelso da una brillante ironia che non annoierà mai fino alla fine del film e renderà tutto più piacevole. Non saprete, difatti, se ridere energicamente o piangere commuovendovi. Probabilmente… farete entrambi.

Questo è senza dubbio il più grande e ambizioso viaggio psichedelico che i Pixar Animation Studios abbiano mai creato. Artistico, surreale e concreto, riuscirà a rendere visibile e comprensibile ciò che non lo è per natura, da sempre nascosto. Continui i riferimenti all’arte, quella cubista prima fra tutti, divertenti per i bambini e eccitanti per gli adulti. Un nuovo film per famiglie che grazie alla bravura di Michael Giacchino ha una marcia in più, ben ascoltabile: la colonna sonora. Il compositore, che è alla sua decima collaborazione con lo studio, riesce a spingere sull’acceleratore con dei ritmi perfetti e tipicamente americani. Sempre calzanti.
Come sempre, ineccepibile l’animazione. In particolar modo lo sviluppo della figura umana che lentamente cerca di essere sempre più simile alla realtà, messa in netto contrasto con la consistenza volumetrica delle emozioni.
Dopo aver incantato il pubblico di Cannes, gli spettatori di Taormina e l’intera stampa italiana, siamo certi che quello che può semplicemente esser definito come un capolavoro sarà pronto a far breccia nei vostri cuori (oltre che nella vostra testa). Ricco di sorprese, fantasioso e geniale, uscirete dalla sala con cinque emozioni nella testa che vi grideranno una sola cosa: GUARDIAMOLO DI NUOVO!
Leggi anche la recensione di Irene!
– Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà.
Tomorrowland – Il Mondo di Domani è un film in grado di far sognare chi non sogna, di far credere chi non crede e di ricaricare chi per natura è ricco di forza di volontà. È il film per chi sa guardare oltre e andare sempre avanti. Un film che fonda il proprio pensiero sul credo americano per eccellenza. Quello ottimista e sognatore di Walt Disney, personaggio che pur non presente fisicamente nel film, come poteva essere in un Saving Mr. Banks, risulta essere costantemente al fianco dei protagonisti. Nel piccolo Frank, che lo ricalca negli anni di esordio e ci conduce in questo fantastico luogo delle meraviglie, nella “Città di Smeraldo” degli artisti e dei creativi; nel Frank più adulto, che ha perso la voglia di andare avanti, creare e lottare ma che con il giusto stimolo è in grado di ritrovarla e gettarsi in grandi imprese; nella giovane Casey, con la sua precoce genialità e la sua profonda positività, e persino nella particolare Athena, in grado di cogliere le potenzialità e l’immaginazione delle persone e di farci commuovere superando i limiti della tecnologia. Ci si renderà davvero conto di come sia difficile sperare e non perdere mai la voglia di pensare in grande e di come, soprattutto, sia più facile arrendersi e credere di non poter far nulla, di cedere davanti al proprio futuro come se fosse realmente già scritto e immodificabile.
Difatti tutto il film gira intorno alla voglia di fare, di cambiare le cose, di non esser passivi, di lottare per migliorare il nostro futuro, d’essere il cambiamento che desideriamo ogni giorno non scoraggiandoci davanti le avversità. Brad Bird, regista della pellicola nonchè sceneggiatore con Damon Lindelof e Jeffrey Chernov, riesce a trasmettere con serenità questo spirito in poco più di due ore di film, con un coinvolgente inizio, una prolissa parte centrale che nonostante la lunghezza non annoia essendo condita da una buona dose di ironia e una conclusione con lieto fine. Un film che vi ammalierà non tanto per le luci, le grandi macchine e i ripetuti scontri, quanto per come è scritto. Il tutto è arricchito dall’ennesima grande colonna sonora di Michael Giacchino, con il quale ha collaborato per quasi tutti i film della sua carriera, e dalla preziosa fotografia di Claudio Miranda che passando da campi di grano e cieli color pastello arriva a impetuosi paesaggi basando tutto su un gioco di contrasto e saturazione. Impeccabile il cast, composto sostanzialmente da cinque attori:
Ricco di riferimenti ad altre produzioni della Walt Disney Company e dei film più importanti per il regista americano come Gli Incredibili, potrete visitare una delle aree tematiche che caratterizza i parchi della casa cinematografica sparsi per il mondo grazie a grandi effetti speciali sempre più realistici e voglia di impressionare. Un peccato che non siano state approfondite maggiormente “le usanze del luogo”.
In barba alla serie di remake che ci aspetteranno nei prossimi anni e di cui, nel bene e soprattutto nel male, abbiamo già avuto un assaggio, Tomorrowland – Il Mondo di Domani è un’avventura fantascientifica ricca di misteri e speranza che rappresenta al meglio lo spirito dei primi film d’animazione del papà di Topolino, questa volta resi reali. Originale, positivo ed emozionante vi farà viaggiare fra modi riscoprendo il vero senso della vita, rendere reali i propri sogni, lottando fino alla fine. Non vi deluderà e denuncerà uno degli atteggiamenti che va più combattuto nella società moderna.
Uscirete dalla sale carichi di voglia di vivere e cambiare ciò che non è giusto.
La nostra carissima amica di RoseBuddies.it, Corinna Spirito, ha avuto l’onore di poter vedere il musical Disney: Aladdin. Ecco, in esclusiva per voi, la sua accurata recensione.
A ben 22 anni dal debutto nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, Aladdin sbarca anche a Broadway e, ancora una volta, lascia tutti a bocca aperta. Il nuovo musical Disney è un successo straordinario grazie a un mix di dettagli affascinanti che catapultano nelle atmosfere de Le Mille e una notte già vissute grazie al classico del 1993. Io ho avuto l’immensa fortuna di assistere allo spettacolo serale del 27 agosto 2014 e le performance travolgenti degli interpreti, le scenografie da urlo e le canzoni indimenticabili firmate da Alan Menken, Howard Ashman e Tim Rice sono ancora incredibilmente vivide.
Il teatro che ospita Aladdin dal 20 Marzo 2014 è il New Amsterdam di New York City, vera e propria casa della Disney sulla Broadway ormai dal 1997 quando per la prima volta andò in scena The Lion King (seguito da Mary Poppins nel 2006). È un teatro stupendo e suggestivo, il più antico di Broadway, e contribuisce a creare quell’atmosfera da sogno in cui questo musical disneyano sa trasportare i suoi spettatori.
La trama è quella ben nota del cartone animato del 1992: un ragazzo di strada, orfano, ladro per necessità si imbatte in una principessa ribelle, fuggita dal palazzo reale per vivere il mondo comune e per tentare di evitare un matrimonio combinato. Tanto diversi sul piano sociale, quanto simili nell’animo, Aladdin e Jasmine si rincorreranno a lungo, ostacolati dal perfido visir Jafar e aiutati dalla magia del frizzante Genio. Il musical conserva tutti gli elementi della pellicola originale, aggiungendone di nuovi. L’inserimento più prezioso è sicuramente Proud of Your Boy, una canzone che ci fa scoprire di più sul protagonista: Aladdin si rivolge alla madre, in cielo, promettendole che presto potrà dirsi fiera del suo ragazzo, perché sta finalmente afferrando le redini del suo futuro. Il commovente testo fu uno degli ultimi scritti da Howard Ashman (già autore delle parole delle canzoni de La Sirenetta e La Bella e la Bestia) prima della sua morte il 14 marzo del 1991, mai entrata nel film. Il regista e coreografo Casey Nicholaw è riuscito a “resuscitare” questa bellissima canzone dopo oltre due decenni e inserirla, con molto successo, nella versione teatrale di Aladdin, anche grazie all’ottimo lavoro di riadattamento fatto dal compositore Alan Menken insieme con Adam Jacobs, il talentuosissimo interprete di Aladdin. D’altronde la Disney è riuscita ancora una volta a riunire un cast d’eccezione: già vista a Broadway in Mamma Mia!, Courtney Reed riveste il ruolo di Jasmine con eleganza, carisma e dolcezza; dopo l’ottimo doppiaggio nel cartone animato, Jonathan Freeman (On the Town, She Loves Me, Mary Poppins, The Little Mermaid, Beauty and the Beast) torna a interpretare Jafar, questa volta mettendoci la faccia; e infine il ruolo più impegnativo, quello del Genio, è stato saggiamente affidato al divertentissimo e frizzante James Monroe Iglehart. Nel cartone animato questo personaggio deve veramente molto al suo doppiatore, Robin Williams, che ha improvvisato per la maggior parte del tempo in cabina di registrazione, dando molti spunti agli animatori con le sue movenze e la mimica facciale. Mettersi nei suoi panni è un compito arduo e di responsabilità davanti al quale, però, Iglehart non si è tirato indietro. L’attore sul palco brilla di luce propria, coinvolge, diverte e convince gli spettatori di trovarsi davanti a un mondo dove la magia esiste davvero, anche se soltanto per un paio d’ore. Incredibile ma vero James Monroe Iglehart regge il confronto con il mitico Robin Williams e per questo non stupisce il Tony Award ricevuto nel 2014 come Miglior Attore Non Protagonista in un Musical proprio per il ruolo del Genio.
Quando si parla di produzioni teatrali Disney è forse inutile sottolineare la creatività e la cura al minimo particolare di tutto l’allestimento tecnico: scenografie, costumi e luci sono stati affidati a tre vincitori di Tony Award, rispettivamente Bob Crowley (per Mary Poppins), Gregg Barnes (per Kinky Boots) e Natasha Katz (per Once). Un team di veri artisti capace di ricreare su un palco quegli elementi spettacoli che spesso solo un film d’animazione sa portare in vita: si pensi alla romantica gita sul tappeto volante di Aladdin e Jasmine sulle note di A Whole New World o all’incredibile show realizzato in una caverna vuota dal Genio nel momento in cui, cantando e ballando A Friend Like Me, rivela tutta la propria magia. Gli effetti speciali sono mozzafiato e tutti, adulti e bambini, si convinceranno per la durata del musical che James Monroe Iglehart è in grado di fare fuochi d’artificio con le mani.
Il tutto ovviamente non sarebbe stato possibile senza la solida base musicale del film di John Musker e Ron Clements. Come i precedenti capolavori del Rinascimento Disney (La Sirenetta e La Bella e La Bestia), anche Aladdin è frutto del lavoro impareggiabile di una coppia veramente unica nel mondo del cinema, Alan Menken e Howard Ashman, rispettivamente autori di musiche e testi. Fu proprio Howard Ashman a proporre in Disney, nel 1988, un adattamento musicale animato del famoso racconto persiano Aladino e la lampada meravigliosa, contenuto nella raccolta Le mille e una notte. Entusiasta del progetto, Ashman scrisse subito delle canzoni a quattro mani con Menken, nonché una prima bozza di sceneggiatura. Poi, però, fu data priorità a La Sirenetta e La Bella e la Bestia e quando arrivò il turno di Aladdin era troppo tardi: Ashman, gravemente malato di AIDS, morì lasciando il suo lavoro a metà e un grande vuoto nel mondo dell’arte. Solo tre delle sue canzoni finirono nella versione cinematografica ed sono ovviamente anche nel musical: Arabian Nights, sulle cui note apre la storia e lo spettatore fa i primi passi nella città di Agrabah; la spiritosa e orecchiabile Prince Alì; nonché Friend Like Me, il numero migliore dello show. Se già nel cartone animato, grazie alla brillante interpretazione di Robin Williams, questa canzone colpiva a segno, nel musical rivela il suo meglio, imponendosi come pezzo principale dello spettacolo, capace di tenere alta l’attenzione del pubblico per ben 7 minuti.
Tutte le altre canzoni sono state scritte da Tim Rice, altro ottimo paroliere che collaborò in seguito anche alla colonna sonora di The Lion King (insieme ad Alan Menken ed Elton John). Il suo maggior contributo è stato sicuramente nel lavoro per A Whole New World, l’unica ballad del film e dello show di Broadway, in cui Aladdin e Jasmine raccontano il loro amore, un sentimento capace far volare sopra le nuvole e osservare il mondo con occhi nuovi.
Ma nel musical, gli spettatori troveranno anche tante canzoni inedite: non solo la già citata Proud of Your Boy e la divertente High Adventure, entrambe scritte da Award Ashman e tagliate dal film; ma anche diversi altri titoli composti da Alan Menken appositamente per il musical, con il contributo di Chad Beguelin per le parole. In These Palace Walls una dolce ma decisa Courtney Reed dà voce alla sofferenza di Jasmine nel restare confinata tra le mura del palazzo; nella simpatica Diamond in the Rough Iago e Jafar parlano del “diamante allo stato grezzo”, cioè di Aladdin, il ragazzo che occorre loro per tirar fuori la lampada magica dalla Caverna delle Meraviglie; infine in A Million Miles Away, Jasmine e Aladdin capiscono di essere profondamente compatibili: entrambi vorrebbero scappare, viaggiare, andare lontano e lasciarsi tutti alle spalle per scoprire se stessi.
Aladdin è uno spettacolo imperdibile per chiunque abbia la possibilità di andare a Broadway; è una serata esotica nel deserto caldissimo di Agrabah, tra le batture del Genio e l’amore genuino di due ragazzi che imparano a guardare oltre le apparenze e a combattere per ciò in cui credono. Uno show coinvolgente, commovente e divertente che riconferma la qualità, già indubbia, del cartone animato musicale che nelle notti d’oriente del 1992 rubò i cuori degli spettatori di tutto il mondo tra deserti e bazar.
Leggi anche la Recensione del Musical de La Bella e La Bestia!
Grandi novità per la Casa delle Idee: su Netflix, lo scorso 14 aprile, sono state rilasciate tutte le 13 puntate che costituiscono la prima stagione della nuova serie Marvel’s Daredevil.
Come noto ancor prima del rilascio degli episodi, questa è la prima di 5 collaborazioni tra la Marvel Tv, gli ABC Studios e la piattaforma online Netflix. Nell’arco di questo progetto conosceremo, oltre al Diavolo di Hell’s Kitchen, anche i supereroi Jessica Jones, Pugno d’Acciaio e Luke Cage, i quali poi uniranno le forze nell’ultima delle serie previste (che sarà una miniserie, con un numero di episodi che andrà tra i 5 e gli 8) dal titolo The Defenders. Fuori dai limiti imposti dal piccolo e dal grande schermo, nel vasto e libero mondo del web, è stato possibile lavorare in un modo molto diverso rispetto a tutto ciò che finora abbiamo potuto vedere in materia di Cinematic Universe. La mancanza di una pubblicazione periodica, oltre che rivoluzionare in qualche modo il concetto stesso di serial televisivo, riesce a mettere in risalto la grandissima continuità che permea quelle che potremmo definire 13 sezioni di un unico “lunghissimometraggio“. Siamo ben lontani da Agents of S.H.I.E.L.D. o da Agent Carter. Ogni puntata è imprevedibile, e non solo in materia di sviluppo della trama che viene di tanto in tanto segnata da alcuni colpi di scena, ma anche considerando il ritmo narrativo. Con molta nonchalance si accelera e si rallenta senza schemi prefissati: c’è tempo per riflettere e restare un’intera ora ad approfondire le dinamiche tra due personaggi, o per continuare le indagini atte a smascherare la fitta rete criminale contro la quale i nostri protagonisti si sono schierati; così come per riaccendere i motori e partire di gran carriera verso la risoluzione parziale di alcune questioni con scene di azione concitate, per lo più di lotta tra le fazioni in campo. E, a tal proposito, si è parlato molto del tono più “adulto” con il quale la storia è stata raccontata, a partire dalla presenza più massiccia che altrove di sangue che gronda nel corso dei numerosi combattimenti prevalentemente corpo a corpo.
Ma ridurre la novità di Marvel’s Daredevil solo a questo è assolutamente sbagliato. Siamo in un orizzonte completamente diverso da quello in cui gli eroi più forti della Terra (e non solo) devono affrontare le ire di titani invasati o di ambiziosi successori al trono diseredati oppure minacce aliene e organizzazioni terroristiche vecchie di 50 anni sopravvissute nel silenzio e nella menzogna malgrado la caduta del regime che le aveva create. Qui più che mai siamo a New York, in una città tangibile, che vive davvero e che ognuno di noi potrebbe visitare. Un’importantissima metropoli che affronta problemi divenuti oramai ordinari nel nostro mondo come la corruzione, il denaro facile e illegale, la malavita organizzata che cerca il potere anche istituzionale dietro l’alibi di voler costruire qualcosa di nuovo e migliore dalle macerie presenti. Un quartiere quale quello di Hell’s Kitchen che ha sempre goduto di una cattiva fama, ma che, dopo recenti avvenimenti, versa in uno stato ancora più tremendo rispetto a prima e nel quale il potere illegale può insinuarsi molto facilmente e può creare una rete di protezione e di contatti incredibilmente estesa, vista l’assenza delle istituzioni legali.
Ma, e questo è forse davvero il tratto più geniale di tutta la questione dell’ambientazione, siamo pur sempre nell’Universo Cinematografico Marvel, e di questo dobbiamo sempre tenere conto. Infatti il motivo per il quale ci troviamo in questa situazione, ha le sue radici nella distruzione causata dall’invasione dei Chitauri e dal successivo intervento degli eroi più forti della Terra, narrati nel film The Avengers. Una storyline se vogliamo parallela a quella di grandi martelli magici e di colossi verdi arrabbiati che, da situazioni dichiaratamente fittizie, ci traghetta senza alcuna forzatura verso il mondo reale. Fare i conti con qualcosa di così tangibile significa invitare a riflettervi in un modo molto più diretto che insinuando stimoli per pensare in un mondo che percepiamo come poco verosimile e quindi lontano da noi. Nella fattispecie si riflette sul concetto di giustizia. Questo nodo concettuale così fondamentale da essere il cardine di tutta la sequenza dei titoli di testa di ogni episodio, è anche quello sul quale si fonda tutta la dialettica trai due personaggi più importanti della storia: Matt Murdock e Wilson Fisk. Il primo è un avvocato, quindi un uomo di legge che fa della giustizia e del ricercarla la sua attività primaria, tanto da diventare anche un vigilante mascherato che combatte per ciò che è giusto in strada, in quei luoghi dove la legge non riesce ad arrivare. Il secondo è un leader, la cima di una piramide composta da esponenti della malavita internazionale che per così dire si dividono il mercato e i profitti, interessato a dominare sul quartiere di Hell’s Kitchen affinché si costruisca un mondo migliore, perfetto a suo modo di vedere. Due persone che se non hanno la certezza di essere mossi da nobili scopi, ne hanno sicuramente la convinzione.
Ma fino a che punto il fine giustifica i mezzi? È giusto non servirsi esclusivamente della legge per combattere l’illegalità? D’altra parte è giusto che i sistemi giudiziari non riescano a contrastare efficacemente il cancro della corruzione e della malavita ben innestato nei meccanismi attraverso i quali vive e funziona una città? È giusto sporcarsi le mani, in senso molto letterale, per difendere i più deboli? È giusto cercare il dominio sugli altri, con tutti i mezzi possibili, per poter poi fare la differenza e creare un mondo migliore? È giusto rischiare di far annegare la propria anima nel male perché poi ne nasca il bene? (E su questa linea potremmo anche chiederci se sia giusto che per salvare il mondo, i supereroi siano autorizzati a sfasciare tutto senza occuparsi della desolazione e della necessità di ricostruire che subentrano immediatamente dopo).
Sulla sottile linea che divide un male detto più nobile e necessario da uno molto più tetro e disonorevole, camminano i due personaggi, cercando di buttarsi a vicenda di sotto, dove non c’è una rete ad attutire la caduta e dove si acquista la consapevolezza della propria dannazione e del proprio status di criminale. Murdock, diventato cieco da bambino, è riuscito, grazie a un duro ed estenuante allenamento, a potenziare i 4 sensi rimanenti e ad apprendere diversi stili di combattimento che gli hanno permesso di assumere la sua doppia identità mascherata e di intervenire quindi con molta efficacia contro malviventi di qualsiasi tipo, nazionalità e importanza. Educato da un padre pugile (che tra l’altro ha dovuto combattere contro un certo Creel che tutti gli appassionati di Agents of S.H.I.E.L.D. e di fumetti, ricorderanno cosa diverrà…) contrario all’idea che il figlio possa seguire le sue orme e svegliare il diavolo che si cela all’interno di ogni Murdock perché si sfoghi nel combattimento, e che sacrifica addirittura se stesso uscendo da un circuito di illegalità per fare in modo che il suo piccolo Matt possa essere fiero di lui. Trovandoci in argomento, altro grande punto di forza nella narrazione è il non aver confinato il racconto sulle origini del nostro eroe mascherato (che ricordiamo non indossa il classico costume rosso e nero dalla prima puntata) a un unico episodio, ma presentarci diversi flashback lungo tutto l’arco della stagione. Dall’incidente e dal rapporto col padre e con la cecità, dopo qualche puntata vediamo come il suo mentore Stick, in occasione del suo ritorno a New York, gli abbia insegnato ciò che mette in pratica in combattimento, fino poi ad arrivare, verso la fine, a scoprire e approfondire il legame col suo socio e amico Foggy Nelson, cui Elden Henson riesce a dare uno spessore tale dal non permettere allo spettatore di annoiarsi nel seguirlo “sopra le righe”.
Ma flashback interessanti riguardano anche Wilson Fisk, magistralmente e intensamente interpretato da un Vincent D’Onofrio che sperava, e forse ci è riuscito, di dare al personaggio la sua “versione definitiva”. L’ossessione per un dipinto bianco, sul quale sembrano rimasti come dei segni di intonaco non levigato, lo riconduce all’infanzia, a un padre che non fa cose giuste e che attira su di sé l’odio del figlio. Wilson non vuole diventare come suo padre e, a detta del suo fido Wesley (uno straordinario Toby Leonard Moore) ama questa disastrata New York. Crede davvero che diventare il capo garantirà ai suoi concittadini un mondo perfetto in cui vivere. Non si chiede mai se lo stia facendo nel modo più consono, perché è convinto che sia così. E questa è la grande differenza con Murdock, che invece, stimolato anche dalla sua amica infermiera Claire (Rosario Dawson) e dalle discussioni morali e teologiche che intrattiene con l’aperto mentalmente quanto acuto Padre Lantom (Peter McRobbie), si chiede sempre quale sia quel sottile confine oltre il quale non spingersi per non diventare lui stesso ciò che cerca di combattere. E la sua risposta è chiara: non uccidere. Ma l’umanità di Fisk a un certo punto viene fuori, e non quando capisce di essere un brigante invece che un samaritano, ma nel suo amore per Vanessa (Ayelet Zurer), che forse lo rende meno detestabile anche allo stesso Murdock.
Se Charlie Cox sembra molto più a suo agio nelle vesti di principe del foro rispetto ai momenti in cui indossa la maschera e la bella Deborah Ann Woll, nei panni di Karen, riuscirà anch’ella a mettere in discussione la nostra idea di giustizia insieme a Vondie Curtis-Hall interprete del reporter Ben Urich, il team dei cattivi è quello che attorialmente spicca. Impossibile non provare simpatia per il viscido Lealand Owlsley (Bob Gunton) e il suo sarcasmo pungente, così come non si può non essere colpiti dal magnetismo di Madame Gao (Wai Ching Ho). Insomma, una serie più che promossa che, con le sue novità, ci fa davvero capire come i Marvel Studios e la Marvel Tv possano spingersi e osare anche con generi così diversi da quanto abbiamo visto fino ad ora e con risultati straordinari. Non sorprende quindi la decisione di produrre una seconda stagione dello show che si ipotizza verrà rilasciata a poca distanza da qualcun’altra delle prossime collaborazioni con Netflix, per le quali si è creata ugualmente tanta aspettativa. 
Con gli amici di SeeSound.it, sito culturale che vi consigliamo di visitare, abbiamo realizzato una repentina video-recensione appena usciti dall’anteprima stampa di Avengers – Age Of Ultron. Questa non contiene assolutamente alcuno spoiler.
Potete vederla senza alcuna paura.
https://www.youtube.com/watch?v=snuBhuZU7PM
Cliccando QUI, inoltre, potrete leggere la nostra recensione completa, anch’essa senza alcuna anticipazione.
Buona visione.
